lunedì 6 agosto 2012

Una storia infinita

V. era un bambino che aveva qualche problema a scuola.
Iolanda , che lo aveva avuto dopo i quarant’anni, gravidanza imprevista per un’età in cui le donne allora erano considerate già vecchie, con l’esperienza di madre matura intuiva che quel terzo figlio andava aiutato.
Chiese a me, allora studentessa, di seguirlo nei compiti.
Seduta alla scrivania mettevo da parte i miei libri e accoglievo lui con i suoi.
Arrivava svogliatamente  costringendomi sulla porta ad attenderlo, pur essendo, invece, un bambino vivace e dinamico in altri momenti.
In me allora non c’era, ovviamente, niente dell’insegnante di adesso ed i disturbi dell’apprendimento erano sconosciuti, in Italia, anche agli addetti al mestiere, così V. come tanti bambini era definito uno scolaro intelligente ma  svogliato, spesso lasciato a bollire nel suo brodo, visto che non voleva collaborare.
Io vedevo la sua fatica e coglievo quel blocco che gli impediva di memorizzare le tabelline,  imparare a fare calcoli e a scrivere senza errori. Non sapevo spiegarmi  le sue difficoltà ma intuivo che lui non ne era responsabile, mi sentivo impotente e di  tutto questo parlavo con Iolanda, donna sensibile ed intelligente, che non si dava pace per gli insuccessi scolastici del suo ultimo nato.
Da parte mia ancora non sapevo quanti altri alunni avrei incontrato negli anni a venire che mi avrebbero ricordato quel bambino dal sorriso dolce e dallo sguardo un po’ triste, che tante frustrazioni subiva per la scuola, con quanti neuro psichiatri avrei dovuto discutere  e essere umiliata come insegnante che fallisce con un bambino intelligente, e quanto tempo sarebbe passato prima di poter dare un nome a quel disturbo, per tutelare , aiutare, accompagnare in un percorso il più possibile sereno tutti coloro che ne sono coinvolti, aiutata, come professionista, da coloro che possono e devono farlo.
Giovane e inesperta cercavo di comprendere i suoi bisogni dialogando con lui senza capire che se avesse potuto dirmi il suo problema sarebbe stato geniale.
Per un certo periodo le divisioni a due cifre ci ossessionarono entrambi, non riusciva assolutamente a tenere sotto controllo l’algoritmo per venirne a capo, c’erano giorni in cui mi sembrava che avessimo fatto un piccolo progresso, poi il giorno dopo tutto daccapo.  Decisa a non mollare una volta gli chiesi:
-Perché non cerchi di ricordare, di farcela, così possiamo fare qualcosa di nuovo e smettere di annoiarci con le divisioni.
Accigliò lo sguardo e serio serio mi rispose:
-A che serve… tanto se imparo una cosa poi ce n’è subito un’altra da studiare.
Compresi che la sua fatica era tanto grande e nei giorni a venire dopo un breve esercizio scansavo i libri e comparivano la dama, le carte, il gioco dell’oca, la  battaglia navale, giochi con le parole, tutti quelli che ricordavo del mio mondo di bambina; il suo sguardo si illuminava ed io sapevo che comunque contava e scriveva.
Qualcosa avevo intuito, almeno saliva le scale più in fretta e si sbrigava, con il mio aiuto discreto, a fare quello che non gli piaceva.
Molti anni dopo Iolanda mi confidò di aver ascoltato una trasmissione alla radio e di aver capito che le difficoltà che suo figlio manifestava potevano essere diagnosticate come disturbi specifici dell’apprendimento per i quali andavano attivati percorsi educativi mirati, le cadde una lacrima  perché le madri provano sensi di colpa anche se magari spettano più ad altri, io non potei far altro che annuire confermando ciò che diceva anche se non c’era diagnosi certa.
Io e V. ci siamo persi di vista, spero solo  che non mi ricordi fra le sue sofferenze scolastiche, vorrei chiedergli scusa perché ora so che non ci si può improvvisare insegnanti , ho saputo che è padre e la sua esperienza potrà aiutarlo, ma vorrei anche dirgli che aveva compreso purtroppo attraverso la sua sofferenza che imparare è una storia infinita, non si finisce mai di di modificare, di migliorare  ed arricchire il nostro sapere, frutto sempre e comunque di fatica.




La Legge dell’8 ottobre 2010, nº 170  riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, denominati "DSA".
Adesso il diritto allo studio degli alunni con DSA è garantito mediante molteplici iniziative promosse e attraverso la realizzazione di percorsi individualizzati nell'ambito scolastico.
Ma una legge da sola non può bastare, come insegnanti dobbiamo imparare ancora e sempre.


La risposta che V. diede   a suo tempo alla mia domanda, può far sorridere, ma  nasconde una realtà, e a proposito di non finire mai d’imparare, anche in cucina,  questa è una regola piuttosto costante.
Ogni ricetta, ogni procedimento può essere modificato, migliorato e nuovi  ingredienti aggiunti.
Dopo queste riflessioni, per addolcire un po’, ecco il gelato, sul quale mi cimento ogni estate, tempo in cui apro la mia gelateria in famiglia.e il cui procedimento ed ingredienti modifico  per cercare di ottenere risultati migliori. 

Gelato di cioccolato fondente

Ingredienti per 500g di gelato: 250g di latte ridotto( bollito per 40/50 minuti con 80g di zucchero), 160g di panna fresca, 200g di cioccolato fondente, 1chiaro d’uovo per la meringa ( per la preparazione della meringa ved. ricetta gelato di crema),  un cucchiaino raso di farina di carruba.

Sciogliere a bagnomaria il cioccolato, unire  la farina di carruba e  poco latte ridotto caldo, tenere sul fuoco 2 minuti poi aggiungere il resto del latte,spengere, raffreddare .


 Unire al miscuglio ben freddo la panna, (il latte concentrato se gradito), poi versare nella gelatiera.
 5 minuti prima che finisca la montatura unire la meringa preparata.
La montatura del gelato deve essere morbida, non compatta, altrimenti il gelato indurisce. Mettere il gelato in una vaschetta , se gradite, spolverizzare con delle nocciole tostate e  tritate.
Chiudere e conservare in freezer.

Gelato mou

Ingredienti per circa 500g di gelato: 500g di latte, 150g di panna fresca, 130g di zucchero, ½ cucchiaino di bicarbonato di sodio, mezza stecca di vaniglia.

Questo gelato è ottenuto utilizzando la ricetta del dolce nazionale argentino”dolce di latte” che si presenta come una crema densa dal dolce sapore.

Aprire la stecca di vaniglia con la punta di un coltellino, raschiare i semi che nel latte sprigioneranno tutto il loro aroma.
Porre in cottura a bagnomaria il latte, la panna, lo zucchero , il bicarbonato, i semi e la stecca di vaniglia.


 Cuocere per 3 ore mescolando ogni tanto e aggiungendo acqua al bagnomaria.
Ila miscela assumerà  gradualmente una colorazione ambrata sempre più intensa, riducendosi notevolmente di volume.
Lasciar raffreddare.
Eliminare la stecca di vaniglia.
 Versare il gelato nella gelatiera.
La montatura del gelato deve essere morbida, non compatta, altrimenti il gelato indurisce. Mettere il gelato in una vaschetta.
Chiudere e conservare in freezer.




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